Amore che vieni, amore che vai

Sono passati 5 anni ormai dall’ultima volta che ci siamo visti.
Sono passati 5 anni e tu mi sfrecci davanti con l’auto e a momenti mi metti sotto.
Pochi dettagli, come una serie di flash… l’adesivo con scritta bianca su fondo verde  “ayurveda”, vicinissimo alla targa.
Una montatura di occhiali vagamente kitsch. Capelli raccolti con un elastico.  Sì, sei decisamente tu…

Mi ricordo che si parlava a lungo, io e te.
No, non è vero, parlavo quasi sempre io.
Tanto che ebbi l’illusione fuorviante di poterti insegnare qualcosa, non tanto perchè fossi (o mi sentissi) depositario di qualche nozione in più, quanto per il fatto che amavo il modo in cui mi ascoltavi. Amavo il modo in cui mi guardavi mentre ti raccontavo chi fossi io attraverso le canzoni che ascoltavo e i film che vedevo.  Soprattutto erano i film che decidevo di non vedere e la musica che decidevo di non ascoltare a spiegare con maggior accuratezza chi fossi.
Ma ero incastrato, in verità,  dentro l’assurda convinzione che io potessi servirti a qualcosa. Credevo in cuor mio di poterti dare un altro punto di vista, differente, e che non fosse la solita fuffa dei tuoi coetanei, barricati tra idealismo  e l’autodistruzione.  Mi sentivo pigmalione, io… come Rex Harrison, ma vestito decisamente peggio.

E invece, sono io che ho imparato un sacco di cose da te.
Tanto per cominciare, ho capito che devo smetterla di perdere tempo… mi è bastato vederti seduta su un Suv per capire che, in fondo, io non ti ho mai conosciuta davvero.

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