Quando si è in due, si cambia davvero.

«Che c’è?». «Niente». «Dai, che c’è?». «Niente. Penso». «A che cosa?». «Niente». «Ecco, lui pensa. Noi scopiamo e poi lui pensa». «…». «Ogni volta ti piazzi lì, esausto, e ti astrai, sei via, pensi». «Sei gelosa anche di questo?». «No, è che una volta non facevi così. Non sai come diventi, sei lontano anni luce». «Ogni tanto sì. Ogni tanto mi viene lo sballo triste, non so perché. Ma spesso penso e basta, è una forma di pace. Non capisco perché devi rompermi i coglioni».

«Perché ci sono anch’io. Una volta non lo facevi. Eravamo in due, poco fa». «Siamo ancora in due. Il problema è che ti senti poco rassicurata a margine di una tua sovraesposizione emotiva e sessuale». «Non parlare così con me, non sei in televisione». «Ti farei leggere una cosa che scrissi anni fa, e che parlava di questo: di come uomini e donne spesso vivano diversamente il dopo. Ipotizzai un’invenzione. L’uomo è lì con lei, fanno roba, poi quando lui è quasi all’orgasmo tira una leva e si apre una botola e lei precipita in strada». «E viene chiamato automaticamente un taxi, me l’hai già raccontata, sei pure arteriosclerotico». «E tu sei una che va coi vecchi».

«Vabbè, senti, oggi è stata memorabile, guarda». «Io ero in pace. Pensavo». «A che cosa?». «Ridaje». «Tu dimmelo». «Vuoi saperlo? Pensavo a un romanzo che lessi anni fa, una storia d’amore come tantissime, solo che lui alla fine faceva un ragionamento, e pensavo a quel ragionamento.

Diceva che certe volte ci crediamo davvero, ci crediamo in due, si è convinti, e ognuno dei due prova davvero a cambiare e a diventare un’altra persona, a corrispondere a quello che l’altro si aspetta: come se la vita d’un tratto ci offrisse una chance di essere migliori o diversi. E allora si fa questo sforzo immenso, ci si adatta magari a una nuova vita, una nuova città, nuovo lavoro, nuovi amici, nuovo tutto.

Poi, d’un tratto, è come se ci fosse una calamita gigante che ci riporta indietro a quello che eravamo davvero, a quello che è inevitabile che siamo. E ciascuno si sente imbrogliato, da se stesso e dall’altro. E si riempie di rabbia per tutta la fatica che ha fatto. L’hai capito, ora, a che cosa penso?». «Sì».

Filippo Facci

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