La scena (o)scena
Sorridi.
Ma dovrei dire che abbozzi un sorriso.
Quello non è che un sorriso raffazzonato ed incompiuto. La bocca si assottiglia, in questi casi, e trasudi tutta l’ostilità che ti illudi di poter tenere a bada. Hai tanto rancore dentro di te e a volte sembra che le pupille ti escano dalle orbite. Abbassi la testa, perchè nessuno possa intercettare quel malessere nel tuo sguardo. E quando ti salta addosso famelico, ti tocca ammettere con te stesso che quella dannata bestiaccia ancora non sei riuscito ad addomesticarla.
Poi, passato il momento, torni a stringere la mano e a salutare con cordialità ed enfasi le stesse persone di cui, quando sono assenti, dici peste e corna. Persone alle quali attribuisci background desolanti e comportamenti infami.
E poi ci sei tu, che hai fatto dell’ambiguità il tuo registro preferito. C’era una canzone che diceva “Each man kills the things he loves” che sembra scritta per te. Ti basta che qualcuni ti dimostri affetto, o stima, per cominciare a demolirlo. Il tuo è un attacco preventivo. Temi che possa scoprire chi sei veramente e che a demolirti possa essere lui. Meglio allontanarlo, meglio essere il primo. Già, meglio rimuoverlo dalla tua cerchia di amicizie e frequentazioni, e fare in modo che nessuno del tuo giro lo frequenti.
E poi anche tu, che sei l’ultimo arrivato. Ho qualcosa anche per te, sai?
Anche se abbassi la testa come durante le interrogazioni, come se servisse a modificare e a distrarre il naturale percorso di un dito che accarezza il registro di classe. Non funzionava allora e non funziona neanche oggi. Le cazzate si pagano, prima o dopo. E stai per pagare un bel prezzo per la tua pervicace insistenza nel non affrontare i problemi.
E’ il momento di andare alla lavagna.

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