ALLA RICERCA DELL’INFELICITA’ Scritto da Pier Online @ February 5th, 2008

E ci sono venute alla mente tante, tantissime altre figure femminili di amiche, conoscenti, tutte segnate dalla stessa inquietudine e dalla stessa infelicità; tutte ugualmente impegnate a mascherarne i segni dietro progetti di effimera rinascita, bruschi cambiamenti di look, interminabili monologhi che non significano assolutamente nulla, che eludono proprio l’essenziale. E ci è venuto in mente che gli esseri umani di quest’ultima generazione, e specialmente di sesso femminile, si comportano nei confronti del proprio malessere interiore esattamente come fanno davanti al malessere fisico: mettendo a tacere i sintomi invece di ascoltarli; rivendicando spazi di una “libertà” puramente esteriore ed apparente, ma imprigionandosi sempre più nel labirinto delle mezze verità e delle mezze bugie; agitandosi e correndo qua e là in cerca di mille cose da fare, ma guardandosi bene dal fare l’unica cosa che potrebbe dar loro un po’ di pace e di serenità: fermarsi, ascoltarsi dentro, rendere giustizia a quella verità profonda che hanno misconosciuta, disattesa e calpestata e che adesso grida e piange e si dispera al centro della loro anima. La felicità è uno stato individuale, non esistono regole standard del tipo: “Come ringiovanire di vent’anni, trovarsi un compagno e un lavoro molto più soddisfacenti e ricominciare a vivere in trentacinque minuti”. Non esistono scorciatoie e non esistono piccole o grandi furberie per accorciare i tempi, per giungervi con poco sforzo, per arrivare prima ancora di essersi messi in cammino. E verso dove, poi? Verso il Paradiso degli imbecilli e degli alienati con i quali gli stereotipi consumisti ci martellano duecento volte al giorno, mostrandoci famigliole ultrafelici dove i mulini sono sempre bianchi, i figli sempre carini e obbedienti, i mariti sempre snelli e premurosi e le donne sempre bellissime, spensierate, allegre e sicure di sé? Dove sembra che basti vestire l’ultimo capo firmato, ostentare l’ultimo grido della moda per far crepare d’invidia tutte le amiche e le colleghe e, pertanto, sentirsi felici e appagate come non mai?

A volte per dimostrare indipendenza di pensiero si fanno scelte sventate e stupide. Diciamo che questa prassi è giustificabile quando si è adolescenti, perchè si è tormentati, perchè si sta cercando il proprio posto nel mondo e occupare con decisione quello “sbagliato” è una tentazione a cui raramente si rinuncia. Contro tutto e contro tutti. Poi si cresce, o così dovrebbe essere. Le scelte e le azioni non dovrebbero essere avventate ma ponderate, frutto di una qualche riflessione.

Intendiamoci, c’è una qualche bellezza nell’essere sventati e/o avventati di fronte alle vicende della vita. Di tanto in tanto è bello fare qualcosa che non ha un senso apparente per chi ci guarda, a volte il senso non è chiaro neanche per il diretto interessato ed è solo la sensazione di indeterminatezza o l’intima necessità di un brivido a farci fare un’autentica cazzata.
Capita e continuerà a capitare. C’è poesia, e c’è bellezza in un’azione insensata. Da un punto di vista estetico la cazzata trova il suo senso nella totale assenza di senso. Una cazzata è una cazzata. Una sola, messa lì in bella vista, in mezzo ad una sequenza di azioni, mosse e parole più o meno ponderate. Ma è solo una cazzata, una cazzata sola.

La cazzata risalta fra le altre cose, proprio perchè differisce in maniera inequivocabile dal resto, non trova immediata catalogazione, è un twist, una deviazione e, soprattutto, non è il risultato di un metodo. In altre parole, la bellezza e la poesia di una cazzata trovano la loro cifra estetica nell’eccezionalità dell’evento, ed esserne consapevoli ci rende persone migliori.

Non si può dire lo stesso dell’ossessione e della reiterazione delle cazzate.
Osservo intorno a me, e con grande diffidenza, una spaventosa tendenza alla proliferazione delle cazzate. Una ricerca ossessiva dell’errore e dell’infelicità, questo è ciò che vedo, ma a mio parere l’infelicità e/o l’insoddisfazione devono restare un’eventualità e non certo una prospettiva da abbracciare con entusiasmo. Il culto morboso del dolore è qualcosa da cui dovremmo fuggire…

Questo Natale appena trascorso, ad esempio, è stato preceduto dal solito banale ed inquietante fenomeno.
C’è gente che per natura indulge alla malinconia e che vive con terrore progressivo i giorni immediatamente precedenti al Natale; li riconoscete con una certa semplicità, sono quelli che si intristiscono con le luminarie, che vagano come senza metà da un sorriso all’altro, ripetendo che il Natale è una festa ipocrita. Questo è comprensibile e condivisibile, perchè per loro è davvero così. Fingono sorrisi, fingono gioia, approfittano del tempo libero concesso da una festività in cui non credono e, come tutti, si mettono in fila alla cassa di una libreria per comprare l’ultimo libro di Federico Moccia e il disco degli Amici di Maria. Come possiamo biasimarli? Anche io al loro posto mi sentirei di merda…

Qui tuttavia si configura l’aggravante del “reato”, un secondo elemento altrettanto importante. Non c’è soltanto la ricerca ossessiva della cazzata e del dolore ma anche, cosa assai più terribile, l’esibizione della sofferenza. Il fumetto che campeggia sulle teste di costoro è visibilmente (risibilmente?) insensato: “Guarda come sono depresso.” Il più delle volte tutto questo è accompagnato da un sorrisetto ironico e cinico che ci dice tutto quello che nel fumetto non è possibile scrivere: “Lo sai come sono fatto, metto sempre il culo dove gli altri tirano i calci.” Per chiudere il cerchio, il tutto viene sottlineato da uno stupido alone di mediocrità che porta questi individui a viversi come anti-eroi e ad autoincensarsi con la filosofia idiota del “perdente”. Ma si sa, questa è gente che vede la neve e l’unica cosa che gli viene in mente è il rischio maggiore di scivolare. Magari ci contano anche un po’, gongolando…

Correre dietro a un treno con dei fiori in mano è una cosa bella e poetica.
Correre dietro a 12 treni con dei fiori in mano, è uno stupido film americano di serie B in cui regna il dejà-vu.
Non tutti i treni devono essere inseguiti, non tutte le donne a cui abbiamo portato i fiori meritavano questa rincorsa.

Donne e uomini che camminano per il mondo, pregando di sentirsi dire ancora un’altra bugia e che un tamarro o una sciacquetta tornino a farci emozionare. La differenza tra pelle d’oca e pelle accapponata dovrebbe essere chiara a tutti, immagino. La scusa è sempre quella, sempre la stessa: “ogni errore è lecito quando si ama.”

Il peggior periodo della mia vita è durato due anni. Ha coinciso con una storia che solo io ebbi il coraggio e la sfrontatezza di classificare come “d’amore”.
Tempo perso ad inseguire il dolore e a ripetermi: “Sì sono un perdente, ma guarda quanto amo e quanto sono disposto a fare.” - Crescendo di archi in sottofondo -
Erano cazzate. Metodiche cazzate. Come solitamente accade in queste circostanze, ero talmente ossessionato dall’inseguimento, dai fiori, dalla necessità di sentirmi ancora innamorato, del terrore di non esserne più capace e di restare solo come un cane che lecca i muri, che avevo dimenticato la cosa più importante. Di “CHI” ero innamorato e cosa stavo leccando. E si sa, i cani non leccano solo i muri. Adorano intrattenersi anche con la merda.

La risposta è che non ero realmente innamorato ma ne avevo un gran bisogno. Un’altra risposta, successiva, è che non si può amare qualcuno se prima non si ha una serena storia d’amore con se stessi.

Mi sentivo di merda, finii tra le braccia di una stronza.

Amare se stessi. Non parlo di narcisismo, ovviamente.
Parlo del fatto che è necessario sapere chi si è.
Che uno ci creda o meno, si può riassumere tutto dicendo “ama il prossimo tuo come te stesso“, che non è un comandamento ma una constatazione di saggezza infinita.

Sapere cosa si vuole, quale posto abbiamo nel mondo e se quel posto è quello che vogliamo davvero o era solo l’ultimo lasciato libero, è una cosa di vitale importanza. Se ci amiamo abbastanza, allora siamo pronti ad amare anche qualcun altro. Se non ci amiamo a sufficienza, allora iniziamo a credere ad una serie di panzane di rara idiozia, solo per la necessità incombente di sopravvivere alla solitudine. E finiamo a fare cazzate.

Le cose per fortuna vanno avanti, si ritiene sempre di vedere con chiarezza ogni cosa, che tutto è meravigliosamente sotto controllo e che “Dio, quanto sto bene!”… se si pensa di aver visto tutto e che nulla è sfuggito al nostro sguardo, credetemi, guardate un’altra volta.
Si può e si deve scegliere chi amare
.

Si dice: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Ecco, a giudicare da chi stavo inseguendo io, ero proprio un coglione. E lo ero agli occhi di tutti. Ora, magari lo sono ancora ma i motivi sono differenti.

E la notizia del giorno è che… si può smettere.
E che l’esperienza a taluni insegna, ma se non stai attento in classe poi finisce che ti bocciano.

Questo post non è dedicato a nessuno in particolare e… a tutti in particolare.

15 Comments so far

  1. Elena February 5th, 2008 1:19 pm

    E tu pensi di sapere chi sei?
    E tu pensi di sapere cosa vuoi dalla vita…?
    Io posso e scelgo..ma non sono presuntuosa..saro’ bocciata!!…come all’esame di teoria per la patente..

  2. Black February 5th, 2008 1:36 pm

    dovrebbe essere: “ama te stesso come il prossimo tuo”
    e te lo dice uno che conosce la differenza.

  3. Pier Online February 5th, 2008 2:40 pm

    Per Black:
    … il “come” di mezzo permette di invertire l’ordine degli elementi senza sovvertire il significato. L’inversione degli elementi, tuttavia, non mi era casuale.

    Per Elena:
    “tu pensi di sapere chi sei?”… ci sto lavorando, almeno, e non tutti possono dire la stessa cosa.
    E, tesoro mio, so esattamente cosa voglio. Ci ho messo un secolo per capirlo e mi sono comportato di conseguenza. Non era una lezione che cercavo di dare agli altri, quanto un ragionamento fatto sulla mia pellaccia che ancora resiste dopo tutto. In ogni caso, ammettiamo che io non sappia chi sono, questo non esime o giustifica nè te nè gli altri dal farlo. Ricorda, due errori non fanno una ragione. Soprattutto, ricorrere all’artificio retorico del “sono uno stronzo ma anche lui è uno stronzo” è roba da bambini.

    P.S.
    Questo post è soprattutto scritto per me.
    Ma a volte ci si sente sotto accusa per deformazione psicologica.

  4. Samantha February 5th, 2008 2:56 pm

    Post meraviglioso. Contorto e meraviglioso.

  5. Pier Online February 5th, 2008 2:56 pm

    Mi sembra eccessivo ma.. grazie!

  6. X February 5th, 2008 3:01 pm

    Come ti ho detto telefonicamente sono perfettamente in linea condividendo molto, se non tutto, ciò che hai scritto.
    Sapere chi si è non sempre è una buona notizia, quando me lo sono comunicato ho comunque dovuto fare i conti con me stesso ed eravamo già in tre a ragionarci su.
    Ora, una cosa che ho imparato è che chiudersi in una definizione è un modo “tranquillo” di invecchiare, non farlo o farlo lasciando aperti i vari eventuali argomenti, dicendo: sono, ma… è un modo più figo per farsi venire i capelli bianchi.
    ;)

  7. Black February 5th, 2008 3:02 pm

    scusa scusa, non volevo farti un appunto, era solo uno sfogo per me, ovviamente.
    e si, mi sento sotto accusa pure io, ma per altri motivi.
    a volte sono sopraffatto dai perchè o dai: “perchè?”, che rende un po’ meglio.
    mah, magari ti mando qualcosa, no?

    (a roma pioveva, ieri.)

  8. Pier Online February 5th, 2008 3:09 pm

    Mio Dio, Black… Roma?

    Senti, non l’ho preso come un appunto!
    Io e te ci parliamo normalmente… mi sa che la vediamo in maniera abbastanza simile e quando non accade, comunque comunichiamo. Mi sembra un’ottima cosa. E il “P.S.” è riferito al fatto che il “post è soprattutto scritto per me. Ma a volte ci si sente sotto accusa per deformazione psicologica”, come a dire che per mia deformazione mi sono messo nel giro di quelli che facevano e, talvolta, fanno cazzate del tipo specificato nel post.

    Mandami qualcosa, ti prego. E fai in fretta, questo sì… è un appunto! =)

    Per X:
    Rieccolo, il Mister X!
    No, non mi barrico dentro le definizioni… ma sono un ottimo punto di partenza, da sviluppare.
    Sapere chi si è, nel bene e nel male, è sempre una buona notizia.

  9. Samantha February 5th, 2008 3:30 pm

    No fidati, essere me non è una gran notizia.

  10. Pier Online February 5th, 2008 3:32 pm

    Sì… ma dovrebbe esserlo.

  11. will February 5th, 2008 7:56 pm

    è un post che avrei potuto benissimo scrivere io, parola per parola. mi riconosco nella stessa insofferenza verso chi ostenta il proprio malessere, nel riconoscere di aver commesso madornali cazzate per il terrore puro e semplice di restare soli, nella consapevolezza che le scelte che si fanno sono emanazione diretta del bene che ci vogliamo, e a volte ci vogliamo molto male.
    “ama il prossimo tuo come te stesso” l’ho sempre interpretato come la “banale” constatazione che se non si ha del bene per sé è impossibile averne per gli altri.

    mi ha lasciata interdetta invece il quote all’inizio del post: di chi è?

  12. Pier Online February 5th, 2008 9:08 pm

    Una sociologa italiana… di cui sto cercando disperatamente il nome. Mi hanno passato un testo fotocopiato. Mi ci sono ritrovato. E poi è nato il post.
    Pubblicato oggi, però cominciai a scriverlo mesi fa. Ma mia cara… dimentico di chiedertelo ogni volta…

    WILL COME STAI?????
    Ogni volta che torni qui mi fai felice!

  13. will February 6th, 2008 12:25 am

    Quando trovi il nome della sociologa fammi sapere, che sono curiosa. sul testo non mi pronuncio, mi verrebbe da scrivere troppo e ho paura che sarebbero tutte banalità.

    son contenta di farti felice, io sto bene e anzi* giusto qualche giorno fa pensavo a come per la prima volta dopo non so più quanti anni mi senta finalmente soddisfatta di me. pensare questo e combinare un guaio che rischiava di mandare a rotoli tutto è stato un attimo. per fortuna che non è niente che non si possa risolvere, ma a maggior ragione è impressionante come questo tuo post capiti con un perfetto tempismo in un periodo in cui sto facendo le medesime riflessioni. la mia paura è che ogni volta che mi scopro contenta una parte di me più o meno consapevolmente mi rema contro, il che lo trovo tremendamente fastidioso.

    *ovviamente una parte di me era tentata di scrivere semplicemente “bene grazie”, ricordando le obiezioni di qualcuno, forse proprio te, che trovava noiose le persone che alla medesima domanda rispondono seriamente piuttosto che con una frase di circostanza. ho optato per la versione noiosa, spero vorrai scusarmi ma non ho resistito. : )

  14. Pier Online February 6th, 2008 12:42 am

    Io non ti scuso, perchè non c’è niente da scusare… io semplicemente esulto.
    Bacioni!
    La mia posizione sul “bene, grazie” è un tantino differente. Quando dico un “come stai?” intendo sapere “bene, male, così e così, e tutti i motivi annessi”, perchè è così che rispondo io. Ma magari lo spiego in un post…

  15. La Rossa Romana February 6th, 2008 1:23 pm

    ho aspettato una vita e mezza che scrivessi questa cosa. ricordi la nostra ultima chiacchierata ’seria’ al telefono? sono passati due anni e mi fa piacere ritrovare entrambi coerenti. tu eri già sulla via giusta e io invece puntavo i piedi. serve ripeterti ora che avevi ragione? i toni di un paio di commenti ricordano la mia testardaggine, non credi? grazie pier.

Lascia pure un commento. E' gradito. Tuttavia è opportuno che tu tenga presente che tutto ciò che scriverai non potrà essere minaccioso, diffamatorio o semplicemente fastidioso. Il webmaster, cioè io, qualora lo ritenesse opportuno, eliminerà ciò che ritiene sgradevole e/o ingiurioso, editando in parte o totalmente il/i commento/i che risultasse/ro, inopportuno/i. Tutti benvenuti comunque, eh? - Pier Online -

boinkme